“Terzo Tempo” a Rovigo.

Com’è andata (per noi) quest’azione realizzata per il Festival Opera Prima, evento internazionale dedicato alla sperimentazione teatrale.

È andata benissimo, e potremmo chiuderla qui, ma non risulterebbe molto interessante. Durante la progettazione di questa terza esperienza per il Festival Opera Prima, ci eravamo preposti l’obiettivo di trasmettere l’essenza più intima di questa manifestazione artistica, qualcosa che toccasse ma andasse oltre l’incontro tra generazioni teatrali, tema che ha attraversato il Festival in questo triennio. 

Lavorare per ogni singolo partecipante, creando qualcosa di semplice ma potente. Opera Prima è un evento storico, ha appena concluso la sua sedicesima edizione, ma nasce nel 1994. Da allora ha sempre lavorato per arricchire il pubblico, non se stesso. Questa la sua forza, questa la natura più intima di una manifestazione che ha sempre lavorato con un obiettivo semplice a dirsi, ma difficile da realizzare: mettere gli artisti nelle migliori condizioni per presentare le proprie opere prime. Solo così gli artisti possono dare il massimo, solo così il pubblico può il ricevere il massimo. Ecco allora che la nostra installazione diventa per un singolo partecipante alla volta, accolto in un allestimento molto semplice, un piccolo giardino di piante, ma con l’obiettivo di coinvolgere la sensibilità di ogni singolo individuo in modo potente. 

Ora, a un mese di distanza dalla fine di una settimana continua d’installazione nella piazza principale di Rovigo, possiamo dire che gli obiettivi che ci eravamo promessi sono stati raggiunti. Almeno per noi, sia chiaro. Nel suo insieme l’esperienza è certamente migliorabile in alcuni suoi aspetti, ma il meccanismo generale funziona. Ne è prova lo stato emotivo dei partecipanti all’uscita, un misto di commozione e gratitudine che ci ha segnato profondamente. 

L’installazione è partita in sordina. Il lunedì d’inaugurazione dell’evento abbiamo aperto alle 16, ma il primo partecipante si è fatto avanti un paio d’ore dopo. Stessa cosa il martedì. Poi, però, il passaparola ha generato interesse e l’interesse partecipazione. Tanto che la domenica, ultimo giorno dell’installazione, per soddisfare le richieste abbiamo aperto alle 13.00 (2 ora prima dell’apertura ufficiale) è chiuso alle 22.00 (3 ore dopo la chiusura ufficiale). La temperatura emotiva di quella stanzetta si è alzata molto durante i giorni di repliche e smontarla non è stato semplice. Cioè, dal punto vista pratico è stato facilissimo, ma dal punto vista sentimentale è stata dura abbandonarla. Ma presto la riapriremo, ne siamo certi. 

Azioni live: pensarci adesso conviene.

Quando l’emergenza sanitaria finirà, le persone avranno fame di esperienze. Meglio farsi trovare pronti.

Investire in un’esperienza dal vivo, in questo momento storico dove tutto appare incerto e precario, potrebbe sembrare piuttosto azzardato. E probabilmente lo è, anche se qualsiasi iniziativa che non sia l’apertura di una fabbrica di mascherine o di disinfettanti rischia di essere considerata inopportuna. Ma bisogna essere lungimiranti e ottimisti. Presto supereremo anche il Coronavirus e potremmo tornare a vivere le relazioni umane con maggiore rilassatezza. 

Sono convinto che quando questo momento arriverà saremo tutti un po’ più stanchi di guardare i soliti i soliti monitor, toccare le solite tastiere, annusare i soliti odori, gustare i soliti sapori e ascoltare le solite parole. Avremmo bisogno di esperienze nuove, vicine, concrete e capaci di coinvolgere i nostri sensi in un evento che ci possa trasportare in un altrove inaspettato. Avremo ancora più voglia di emozionarci, di provare, di conoscere, di sperimentare, di vivere in spazi reali, non solo virtuali. 

A fronte di tutto questo, offrire un’esperienza dal vivo potrebbe essere il regalo giusto per le persone, potrebbe essere qualcosa che possa suscitare interesse e piacere. E poi dai, potrebbe essere il modo giusto per testimoniare che qualcosa è cambiato e che cerchiamo nuovi modi non di comunicare. Il momento giusto per progettare è proprio adesso. 

Chi pensa che in questo momento l’agire possa risultare azzardato, può sempre sfruttare il presente incerto per pensare, programmare e prepararsi a un futuro migliore. Io sono qui, pronto a iniziare un percorso di conoscenza reciproca verso un’esperienza con cui trasferire l’anima di un’azienda o di qualsiasi altra forma associativa e produttiva. 

La massa, una persona alla volta.

Un’azione creativa è rivolta all’individuo, ma punta a una partecipazione ampia e condivisibile. 

I canali di comunicazione lavorano per la massa, parola che andava di moda nel secolo scorso ma che oggi sembra sparita dai radar semantici della comunicazione. Il responsabile principale di questo occultamento sembra sia il digitale, con la sua retorica della partecipazione, della condivisione, del controllo dal basso. Si dice che, grazie al digitale, la massa si è fatta pubblico, il pubblico si è fatto nicchie e le nicchie si sono fatti profili. E i profili si sono fatti dati da esaminare in vista di un marketing sempre più efficace.

Il singolo assume rilevanza in quanto dato aggregabile ad altri dati. Così vengono definite tendenze e interessi di un pubblico, più o meno ampio. Di nuovo, l’individuo conta solo in quanto parte di un gruppo, non conta la sua unicità. Per me che progetto azioni creative, invece, ciò che conta sono le emozioni del singolo. L’azione arriva alla persona in modo diretto, sempre mediata dalla creatività e mai veicolata da mezzi e canali che posticipano il qui e ora della fruizione.

Il mio lavoro consiste nel progettare le condizioni, nello stabilire le regole del gioco, ma poi a giocare ci pensano i singoli, ciascuno con la propria sensibilità. Questa partecipazione individuale diventa concreta e potente solo con un’esperienza rivolta alla sensorialità del partecipante. Il digitale può integrare l’esperienza, può amplificare la diffusione, può stimolare la creazione di contenuti nuovi, ma non può esaurirne il senso e la dinamica. 

Tutto questo non significa che i numeri non contino, anzi. È che a quel numero, a quel pubblico, punto ad arrivarci coinvolgendo una persona alla volta e dando spazio a ciascuno di poter partecipare all’azione secondo la propria sensibilità. Un’azione creativa si può replicare in vari contesti, si può declinare in funzione dei diversi ambienti in cui si realizza. E nel frattempo si continua a comunicarla, generando relazioni e legami. Nel frattempo, altri partecipano all’evento, facendo esperienza della parte più sincera di un brand, cioè del suo approccio alle persone. 

Un’azione creativa è innanzitutto un regalo fatto alle singole persone. E perché potrebbe essere un buon investimento? Perché quando si fa un regalo sentito e sincero non si pretende mai nulla in cambio, eppure si finisce sempre per ricevere molto più di quanto si è donato.